Jack e il Fagiolo Magico

Jack e il fagiolo magico è un racconto popolare inglese, conosciuto anche con il titolo Jack e la pianta di fagioli, diffuso soprattutto in Gran Bretagna e Stati Uniti. Ne esistono numerose varianti, ed è nota con diversi titoli; in italiano “Jack” diventa talvolta “Giacomino“.

Jack e il Fagiolo MagicoL’autore originale è ignoto. La prima pubblicazione apparve nel libro The History of Jack and the Bean-Stalk (1807), stampato da Benjamin Tabart (nato nel 1767). In seguito, la fiaba fu resa popolare soprattutto dalla raccolta di favole English Folk & Fairy Tales di Joseph Jacobs.

Importante è ricordare che tutte le fiabe nacquero nel ‘700 e poco dopo; fu solo con la fine dell’ ‘800 e la fine del romanticismo che gli ultimi romantici spostarono l’ambientazione delle fiabe dal ‘700 al medioevo, un’epoca che i romantici reputavano più consona per le fiabe.

 

Jack e il Fagiolo Magico CARTONE ANIMATO

Jack e il Fagiolo Magico CARTONE ANIMATO n.1

Jack e il Fagiolo Magico CARTONE ANIMATO n.2

Jack e il Fagiolo Magico VIDEO FIABA SONORA

Jack e il Fagiolo Magico VIDEO FIABA SONORA (Giacomino e il fagiolo)

Jack e i Fagioli Magici VIDEO FIABA SONORA

Jack e il Fagiolo Magico FIABA DA LEGGERE

di J. Jacobs e traduzione in italiano concessa gentilmente dal sito http://www.paroledautore.net

C’era una volta una povera vedova che aveva avuto un solo figlio di nome Jack, e una vacca di nome Bianca. E tutto ciò che avevano per vivere era il latte che la vacca forniva ogni mattina, che portavano al mercato per rivenderlo. Ma improvvisamente una mattina Bianca non fornì una sola goccia di latte, ed essi non seppero cosa fare. “Che cosa dobbiamo fare, adesso?”disse la vedova, incrociando le mani. “Non preoccuparti, mamma, andrò in cerca di un lavoro.” disse Giacomino. “Ci abbiamo già provato, ma nessuno ti ha voluto assumere.” disse la madre, “dovremo vendere Bianca, e con il denaro ricavato, avviare un negozio.” “Va bene, mamma” disse Giacomino “oggi è giorno di mercato, andrò a vendere Bianca, e vedremo quanto riusciremo a ricavarne.” Così, prese la vacca, e si avviò; ma aveva fatto solo pochi passi, quando s’imbatté in uno strano vecchietto, che gli disse: “Buongiorno, Giacomino.” “Buongiorno a voi”, rispose il ragazzo, chiedendosi come facesse quello a conoscere il suo nome.. “Allora, Giacomino, dove stai andando?” chiese il vecchio. “Sto andando al mercato a vendere la nostra mucca.” “Oh, bhè, sembri proprio il tipo adatto per vendere mucche” rispose il vecchio, “mi chiedo se sai quanti fagioli ci vogliono per arrivare a cinque.” “Oh, bhè, due per mano, e uno in bocca” rispose Giacomino, quasi seccato. “Giusto,” disse l’uomo, “ed eccoli qui, cinque bei fagioli” disse, tirando fuori dalla taschino alcuni fagioli dall’aspetto strano. “Ma immagino che non ti interesserà affatto scambiare la tua mucca con questi fagioli.” “Perché? Forsei dovrei?” chiese Giacomino. “Oh! Tu ignori che questi non sono fagioli come tutti gli altri. Se tu li pianti durante la notte, al mattino ti ritroveresti con una pianta tanto alta da arrivare a toccare il cielo.” “Davvero? Non mi stai prendendo in giro?” “Certo che no, perché dovrei mentirti? Puoi provare tu stesso, e se ti dico una bugia, riavrai la tua mucca.” “Sta bene,” disse Giacomino, e così dicendo, cedette Bianca al vecchio in cambio di quei fagioli. Tornò a casa che era ancora chiaro, poiché si era di poco allontanato. “Già di ritorno, Giacomino?” disse sorpresa la mamma, “Vedo che non sei con Bianca, quindi, vuol dire che sei riuscito a venderla. Quanti soldi hai ricavato?” “Neanche ti immagini, mamma” rispose Giacomino. “No, bravo ragazzo! Non dirmelo, cinque sterline, dieci, o forse addirittura quindici? Non penso addirittura venti!” “Ti dico che non puoi immaginarlo. Che cosa ne diresti di questi fagioli? Sono fagioli magici, li pianti la notte e..” “Cosa?!” lo interruppe la madre, “non dirmi che sei stato così stupido e idiota da dare via la nostra vacca, la migliore vacca della contea, un bovino da primo premio, per un pugno di miserabili fagioli? Che meraviglia! Che bella notizia! E adesso ce ne andremo tutti e due alla malora grazie ai tuoi preziosi fagioli. Per punizione andrai a letto senza cena, sciò!” Così Giacomino salì in soffitta, nella sua stanzina, tutto rattristato per aver fatto arrabbiare la mamma, ma sopratutto per aver saltato la cena. Alla fine si addormentò. Quando si svegliò, la sua stanza aveva un aspetto strano; il sole la illuminava con i suoi raggi in parte, mentre il resto della stanza era allo scuro. Giacomino saltò giù dal letto, si vestì e andò alla finestra. E secondo voi che cosa vide? Ebbene, i fagioli che la mamma aveva gettato via dalla finestra nel giardino, si erano trasformati in un’enorme e altissima pianta di fagioli che era cresciuta tanto da arrivare a toccare il cielo. Il vecchietto aveva detto la verità. Il fagiolo arrivava ormai vicinissimo alla finestra della stanzetta di Giacomino, così il ragazzo poteva agilmente usarla come scala per scendere e salire. Ed egli salì, salì, salì tanto in alto da arrivare a toccare il cielo; e quando fu in cima alla pianta, camminò e camminò tanto a lungo, finché giunse presso un’enorme e gigantesca casa, e all’entrata c’era una donna gigante. “Buongiorno, mamma” disse Giacomino, gentilmente. “Stamattina mi daresti qualcosa da mangiare per fare colazione?” infatti aveva molta fame, dal momento che la sera prima aveva saltato la cena. “Vuoi la colazione, eh?” rispose la gigantessa. “Sarai tu a fare da colazione, se non te ne vai immediatamente da qui. Mio marito è un orco, e il suo piatto preferito sono proprio i ragazzini arrosto. Farai bene a scappare prima che ritorni.” Ebbene, evidentemente l’orchessa non era così cattiva, dopo tutto. Portò Giacomino in cucina, e gli diede una porzione di pane e formaggio, e una tazza di latte. Ma il ragazzo non aveva ancora finito di mangiare che, bum, bum! La casa cominciò a tremare dal rumore dei passi di qualcuno. “Oh buon cielo!” disse l’orchessa, “È mio marito! E adesso cosa facciamo? Vieni qui, presto! Salta qui dentro.” e nascose Giacomino nel forno appena in tempo. L’orco entrò in cucina; era un gigante, assolutamente. Portava con sé tre vitellini legati alla cintura; li sganciò di dosso e li buttò sul tavolo e disse: “Ecco qua, moglie. Cucinami un paio di questi per colazione. Ma.. uhm…. che cos’è questo odore?”

“Ucci ucci,
sento odore d’inglesucci,
che sian vivi o che sian morti,
di lor mi papperò gli ossucci.

“Ma che dici, caro?” disse la moglie, “stai sognando. O forse quello che senti è l’odore dei resti di quel ragazzetto che ti sei gustato ieri sera a cena. Vai a sistemarti e a rinfrescarti, e quando tornerai, troverai la colazione pronta in tavola.” L’orco allora se ne andò; Giacomino stava già saltando fuori dal forno, quando l’orchessa lo fermò: “No, aspetta un altro pò, che si sia addormentato; si fa sempre un pisolino dopo mangiato.” L’orco fece la sua brava colazione, e dopo aver mangiato andò presso un grosso scrigno dal quale tirò fuori due borse colme d’oro; si sedette a contare, finché gli si chiusero gli occhi, la testa cominciò a ciondolare e cominciò a russare fragorosamente, tanto da far tremare tutti i muri di casa. Allora Giacominò balzo fuori dal forno, e passando proprio sotto all’orco, gli estrasse dalle braccia una delle due borse con l’oro, e scappò via. Raggiunse in fretta il fagiolo, risalì sopra e calò giù giù il borsone d’oro, che in un battibaleno toccò terra nel giardino di casa sua, e dopo anch’egli scese giù e arrivò a casa. Rientrato, andò dalla mamma e le mostrò il tesoro: “Ebbene, mammina mia, non avevo ragione riguardo ai fagioli magici? Vedi anche tu che era tutto vero.”

Così, vissero per un bel pò dell’oro sottratto all’orco, ma poi anche quello finì, e a Giacomino balenò l’idea di ritentare l’avventura. Una mattina si alzò presto, salì a bordo del fagiolo, salì in alto in alto, finché arrivò in cima e poi camminò fino alla casa dell’orco. Lì, vi ritrovò l’orchessa alla porta. “Buondì, signora,” disse, “sareste così gentile da darmi qualcosa da mangiare?” “Và via, ragazzo” rispose l’orchessa, “o mio marito ti mangerà per colazione. Ma tu non sei per caso lo stesso che è venuto qui tempo fa? Lo sai che da quel giorno a mio marito manca un borsone d’oro?” “E’ molto strano, mia signora,” rispose furbescamente Giacomino, “avrei qualcosa da dirvi a proposito, ma ora ho troppa fame, e non riuscirei a spiegare bene se prima non mangio qualcosa.” La donna era molto curiosa, così, portò Giacomino in cucina e gli diede qualcosa da mangiare, ma come ebbe cominciato, bum bum! Si udirono i passi rumorosi dell’orco, e l’orchessa nascose il ragazzo nel forno. Tutto si svolse come la volta precedente. Venne l’orco dicendo: “Ucci ucci”, e depositò sul tavolo tre grossi buoi e poi disse alla moglie: “Moglie, portami la gallina dalle uova d’oro.” Essa gliela portò, e l’orco disse: “Deposita” e quella depositò un uovo tutto d’oro, e poi la testa dell’orco ricominciò a ciondolare dal sonno, e presto cominciò a russare da far tremare la casa. Subito Giacomino saltò fuori dal forno e s’impossessò della gallina fatata, e in men che non si dica schizzò via; ma questa volta la gallina schiamazzò, e il rumore fece svegliare di colpo l’orco, e mentre Giacomino si affrettava all’uscita, sentì l’orco gridare:  “Moglie, moglie, che ne hai fatto della mia gallina magica?” E la moglie rispose: “Perché, mio caro?” Questo fu tutto ciò che Giacomino udì, poiché corse giù sul fagiolo e come un razzo fu presto di ritorno a casa. E quando fu in casa, tutto contento mostrò la gallina dalle uova d’oro alla mamma, e disse alla bestia fatata: “Deposita”, ed ad ogni parola d’ordine, la gallina prodigiosa depositava un uovo d’oro. Ciò nonostante, Giacomino non era ancora soddisfatto, e infatti, non passò molto tempo che presto volle tentare nuovamente l’avventura. Così, una mattina, di buon’ora, si arrampicò a bordo del fagiolo, e salì su in alto fino in cima. Ma questa volta si diresse dritto verso la casa dell’orco, e quando fu nei pressi della casa, si nascose dietro a un cespuglio, finché vide l’orchessa tornare con una gran secchia d’acqua da mettere a bollire, e senza farsi vedere, entrò in casa e andò a nascondersi in un paiolo di rame. Non ci restò molto, perché quasi subito ecco il solito bum bum! Erano i passi dell’orco. “Uccci, ucci, ucci, sento odore d’inglesucci” gridò, “Ne sento l’odore, moglie, lo sento!” “Ne sei sicuro, caro?” rispose la moglie. “Se è quel mariuolo che ti ha rubato l’oro e la gallina dalle uova d’oro, stai sicuro che in questo momento è nascosto nel forno.” E tutti due corsero a vedere, ma fortunatamene Giacomino non era lì, e l’orchessa disse: “Allora temo che ti sei sbagliato, a meno che non sia l’odore del ragazzo che hai catturato ieri notte che poi ti ho cucinato per colazione. Bhè, io sono sbadata, ma anche tu, non sai ancora riconoscere la differenza tra l’odor di carne viva e l’odor di carne morta.” Allora, l’orco si sedette a fare colazione, ma a ogni pié sospinto mormorava: “Bhè, giurerei..” e alzandosi, cercò nella dispensa e ovunque in cucina, tranne, fortunatamente, nel paiolo di rame, in cui non gli venne in mente di guardare. Finita la colazione, l’orco proruppe: “Moglie! Portami subito la mia arpa d’oro.” Essa gliela portò e gliela mise sul tavolo, ed egli ordinò: “Canta!” A quel comando, l’arpa cantò magnificamente, e continuò finché alla fine l’orco si addormentò e cominciò a russare come un tuono. A quel punto Giacomino alzò il coperchio di rame molto delicatamente e sgattaiolò giù come un topolino e si arrampicò sul tavolo, dove strisciò, e prese possesso dell’arpa magica, e corse poi velocemente verso la porta; ma l’arpa urlò a gran voce: “Padrone! Padrone!” e l’orco si svegliò appena in tempo per vedere Giacomino che scappava con l’arpa. Giacomino corse più in fretta che poté, e l’orco lo inseguì, e l’aveva quasi raggiunto se non fosse stato per un balzo diretto proprio verso il fagiolo; l’orco però era vicinissimo, e per poco non riuscì ad acchiapparlo, ma fece in tempo a vederlo sparire, e quando arrivò alla fine della strada, vide Giacomino mentre scendeva per il fagiolo. Dal canto suo, l’orco non se la sentì di prendere il fusto della pianta per scala, così si fermò e rimase ad aspettare che Giacomino risalisse per ritentare la sorte. Ma proprio allora l’arpa gridò: “Padrone, padrone!” e l’orco si tuffò sul fagiolo, scuotendolo tutto con il suo peso. Giacomino riuscì a scendere a terra, e dietro di lui, l’orco. Ma Giacomino era stato più veloce di lui, che era quasi arrivato a casa. Allora gridò: “Mamma! Mamma! Presto, portami un’accetta!” La madre gli corse incontro con l’accetta, ma quando raggiunse ai piedi del fagiolo si paralizzò dalla paura, poiché vide quello spaventoso orco scendere dalle nuvole. Ma Giacomino mantenne il sangue freddo, afferrò l’accetta e con un colpo ben assestato infranse il fagiolo nel mezzo. L’orco sentì la pianta traballare e tremare, così si fermò per vedere cosa stesse succedendo. Poi Giacomino diede un altro colpo alla pianta, che questa volta si spezzò definitivamente in due parti, e cominciò a crollare. Allora l’orco cadde e si ruppe la corona, e il fagiolo crollò a terra. Poi Giacomino mostrò l’arpa d’oro alla madre, e grazie ad essa,  e alla gallina dalle uova d’oro, Giacomino e sua madre divennero ricchissimi. Giacomino sposò una grande principessa, e vissero a lungo felici e contenti.