Biancaneve e i Sette Nani

Biancaneve e i sette nani, è una fiaba popolare europea. La versione attualmente conosciuta è quella scritta dai fratelli Grimm, in una prima edizione nel 1812, pubblicata nella raccolta Kinder- und Hausmärchen (Fiabe dei bambini e del focolare), ispirata per molti aspetti al folclore popolare, del quale i due fratelli erano profondi studiosi.

Biancaneve e i Sette NaniI fratelli Grimm trascrissero la fiaba di Biancaneve così come era raccontata nella tradizione orale in Germania. Tuttavia dalla prima versione del 1812 alla settima del 1857 i cambiamenti furono consistenti. Quello principale riguarda la figura della madre: nelle fiabe dei Grimm dove la madre si mostra invidiosa dei propri figli e manifesta degli istinti infanticidi, essa viene fatta morire e sostituita con una matrigna cattiva. Altri elementi disturbanti riguardano il desiderio cannibale di mangiare la bambina e il desiderio necrofilo del principe.

Come per altre fiabe, come ad esempio Barbablù, la storia di Biancaneve potrebbe essere ispirata a fatti realmente accaduti; diversi ricercatori hanno cercato di mettersi sulle tracce della “vera” Biancaneve, la cui storia, tramandata oralmente e arricchita di elementi fiabeschi dalla fantasia popolare, sarebbe poi giunta a noi tramite i Fratelli Grimm.

Possibili fonti di ispirazione nella realtà

Nel 1986, ad esempio, il ricercatore Karl-Heinz Barthels rese pubblica la sua tesi secondo la quale Biancaneve sarebbe stata in realtà Maria Sophia Margaretha Catherina von Erthal, nata a Lohr nel 1725 e figlia di un importante magistrato e rappresentante del Principe Elettore tedesco. La nobile aveva perso la madre in età giovanile e suo padre si era risposato con Claudia Elisabeth von Reichenstein, che aveva usato la sua nuova posizione sociale per favorire i suoi figli di primo letto a scapito della von Erthal. Questa sarebbe stata addirittura costretta a lasciare il palazzo per vivere nei boschi lì attorno; dove erano presenti molte miniere, nelle quali, data la ristrettezza dei cunicoli, lavoravano persone di statura molto bassa o addirittura bambini: da questo elemento sarebbero derivati i sette nani. La ragazza morì di vaiolo pochi anni dopo; probabilmente l’avversione dei suoi concittadini per la matrigna inasprì la figura di quest’ultima a vantaggio di Maria Sophia, dipinta come una martire; la sua storia venne tramandata oralmente in forme simili a quella poi raccolta dai Grimm, che attualmente conosciamo. Il castello dei von Erthal è tuttora un’attrazione turistica, e ai visitatori viene mostrato il cosiddetto “specchio parlante”, che il padre di Maria Sophia avrebbe regalato alla matrigna: si tratta di un giocattolo acustico in voga nel ‘700, in grado di registrare e riprodurre le frasi pronunciate da chi si specchiava. Esso sarebbe alla base dello Specchio Magico della matrigna.

Un’altra teoria, pubblicata dallo storico Eckhard Sander nel 1994, vedrebbe Biancaneve originale in Margaretha von Waldeck, nata a Bruxelles nel 1533: la ragazza sarebbe stata l’amore giovanile di Filippo II di Spagna, ma fu tolta di mezzo a ventuno anni dalla polizia segreta del re, che vedeva nella loro unione un possibile impedimento ai matrimoni combinati delle case regnanti. Anche in questo caso sembrano esserci numerose corrispondenze tra fiaba e realtà: a parte la vicenda della donna (anche lei orfana di madre in giovane età e affidata a una matrigna), suo padre, il conte Samuel von Waldeck, gestiva nella zona di Bruxelles diverse miniere, dando vita alla figura dei Nani come nella teoria di Barthels e Margaretha fu uccisa con del veleno. A questi elementi si aggiungerebbe anche la figura dello Stregone dei Meli, una sorta di “Uomo Nero” del folklore locale, la cui presenza viene utilizzata per suggestionare i bambini e spingerli a non rubare dai frutteti altrui: lo Stregone sarebbe infatti in grado di avvelenare le mele per causare nei bambini-ladruncoli lancinanti dolori di gola e di stomaco. La sovrapposizione delle credenze locali con la storia di Margaretha avrebbe dato vita alla storia di Biancaneve.

I nomi dei sette nani: Dotto, Brontolo, Pisolo, Mammolo, Gongolo, Eolo e Cucciolo

Biancaneve e i Sette Nani CARTONE ANIMATO

Biancaneve e i Sette Nani DISNEY

Biancaneve DISNEY Film d’animazione di Walt Disney del 1937 – Durata 1:20:06

Biancaneve e i Sette Nani VIDEO FIABA SONORA

Biancaneve VIDEO FIABA SONORA n.1

Biancaneve VIDEO FIABA SONORA n.2 – 1/2

Biancaneve VIDEO FIABA SONORA n.2 – 2/2

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FAVOLA di Biancaneve e i sette nani

dei fratelli Grimm

C’era una volta, nel pieno dell’inverno, quando soffici fiocchi di neve cadevano come piume dal cielo, una regina che cuciva seduta presso una finestra dalla cornice nera di legno d’ebano. Mentre cuciva, guardava la neve e si punse un dito con l’ago; così, tre gocce di sangue caddero sulla neve, e, il rosso sul bianco risultò così bello ch’ella pensò: ‘Ah, se solo avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue, e bruna come l’ebano di questa finestra!’ Poco tempo dopo, le nacque una figlia che era bianca come la neve, rossa come il sangue, e bruna come l’ebano, così, la chiamarono la loro Piccola Biancaneve. Purtroppo, la regina morì durante il parto. Un anno dopo, il Re riprese moglie; sposò una bella donna, ma altrettanto arrogante e orgogliosa, la quale, non poteva sopportare che un’altra donna la superasse in bellezza. Ella aveva uno specchio magico, e ogni mattina vi si specchiava, e diceva:
“Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”
E lo specchio rispondeva:
“Del tuo regno, regina, la più bella sei tu.”
E ciò la soddisfaceva, perché sapeva che lo specchio non mentiva. Ma Biancaneve crebbe e diventò assai più bella. Quando ebbe appena sette anni era bella come la luce del giorno, e molto più bella della regina. Un giorno, quest’ultima chiese allo specchio:
“Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”
E quello rispose:
“Grande è la tua beltà, oh mia regina, ma ormai, del tuo regno la più bella non sei più tu, Ma Biancaneve, che lo è mille volte di più.”
A sentir queste parole, la regina si spaventò e divenne gialla e verde dall’invidia, e da quel momento, ogni volta che incontrava Biancaneve, il suo cuore si infiammava di rabbia, tanto fu l’odio che provò da quel giorno. Orgoglio ed invidia crebbero sempre di più, come una gramigna nel cuore, finché non trovò più pace, né giorno, né notte. Allora, mandò a chiamare un cacciatore e gli disse: “Prendi Biancaneve e portala nella foresta, perché non voglio mai più rivederla. Uccidila, e come prova della sua morte, dovrai portarmi il suo fegato e i suoi polmoni.” Il cacciatore ubbidì e condusse Biancaneve nella foresta; a un certo punto, estrasse dalla vita il suo coltello e fu sul punto di pugnalarla, quand’ella scoppiò a piangere, e disse: “Oh, caro cacciatore, lasciami vivere. Fuggirò via nei boschi e non tornerò più.” E siccome era tanto bella, il cacciatore ebbe pietà di lei e disse: “Va’, scappa via, povera bambina.” E pensò che le bestie veroci l’avrebbero presto divorata, eppure, si sentì sollevato per averla lasciata andare, poiché non avrebbe avuto il coraggio di ucciderla. In quel momento, passò di lì un giovane cinghiale; il cacciatore lo ammazzò, gli tagliò dalle viscere il fegato e i polmoni, e li portò alla regina come prova della morte di Biancaneve. Il cuoco ebbe l’ordine di bollirli con il sale, e la perfida donna li mangiò, convinta di mangiare i polmoni e il fegato di Biancaneve. Nel frattempo, la povera piccina rimase sola nel fitto della grande foresta, ed ebbe così paura che si guardava intorno smarrita, non sapendo cosa fare; poi cominciò a correre, e corse fra le spine e contro le pietre aguzze. Anche gli animali selvatici le saltarono addosso, ma non le fecero alcun male. Allora corse più forte che poteva, e appena prima che facesse buio, vide una casetta e vi si rifugiò per riposare. Dentro la casetta tutto era molto piccolo, ma così pulito e ordinato che nessuno avrebbe potuto fare di meglio. C’era una tovaglia su un tavolo apparecchiato per sette persone, con sette piattini, e in ogni piatto c’era un cucchiaio, e sette coltelli e sette forchettine, e altrettante tazzine. Contro la parete c’erano sette lettini, tutti messi in fila e coperti da lenzuola bianche come la neve. Essendo affamata e assetata, Biancaneve mangiò un po’ di verdura e del pane da ogni piatto; e da ogni tazza bevve una goccia di vino. Dopo aver cenato, si sentì così stanca, che si sdraiò su uno dei letti; ma su nessuno si sentì comoda: uno era troppo lungo, l’altro troppo corto, finché alla fine il settimo fu di suo gradimento. Rimase coricata, affidandosi a Dio, e lì si addormentò. A notte fonda, i padroni di casa ritornarono; erano sette nani che picconavano la roccia per estrarre le pietre preziose dalle montagne. Accesero le loro sette candele, e, appena la casa fu tutta illuminata, videro che qualcuno era stato lì, poiché c’era disordine dappertutto. Il primo disse: “Chi si è seduto sulla mia seggiolina?” Il secondo: “Chi ha mangiato dal mio piattino?” Il terzo: “Chi ha mangiato il mio panino?” Il quarto: “Chi ha mangiato la mia verdurina?” Il quinto: “Chi ha usato la mia forchettina?” Il sesto: “Chi ha tagliato con il mio coltellino?” E il settimo: “Chi ha bevuto dalla mia tazzina?” Poi il primo vide che c’era una piccola impronta sul suo letto, e disse: “Chi si è sdraiato sul mio lettino?” Allora anche gli altri si fecero avanti, e dissero: “Qualcuno si è sdraiato anche sul mio!” Ma il settimo vide Biancaneve che dormiva, allora tutti i nani corsero a vedere, e rimasero a bocca aperta dallo stupore; presero le sette candele ed illuminarono il viso di Biancaneve. “Oh cielo, oh cielo!” esclamarono. “Che bella bambina!” Furono così felici, che non vollero svegliarla, ma la lasciarono dormire in quel lettino; il settimo nano dovette dormire con i suoi compagni, passando ogni ora da un letto all’altro, finché fu giorno. Il mattino seguente Biancaneve si svegliò, e si spaventò alla vista dei sette nani, ma essi si dimostrarono amichevoli, e le chiesero come si chiamava. “Biancaneve” rispose; “Come sei arrivata a casa nostra?” vollero sapere i nani: allora ella spiegò che la sua matrigna aveva tentato di ucciderla per mano di un cacciatore, il quale, per fortuna, l’aveva risparmiata, e raccontò come aveva poi vagato tutto il giorno nella foresta, finché aveva trovato la capanna. Dissero i nani: “Se accetti di tenere in ordine la casa, di cucinare, rifare i letti, lavare, cucire e ricamare, e tenere tutto in ordine e pulito, allora potrai restare qui con noi e noi provvederemo a te.” “Lo faccio con tutto il cuore.” rispose Biancaneve. E così, rimase a vivere con i sette nani. Ogni mattina essi uscivano per andare a scavare nelle montagne in cerca di oro e metalli preziosi, e la sera, quando tornavano a casa, trovavano la cena pronta; durante il giorno, la fanciulla rimaneva sola. Per questo motivo, i buoni nani le raccomandavano sempre: “Sta’ attenta alla tua matrigna: presto scoprirà che ti trovi qui, perciò, non lasciare entrare nessuno.” Nel frattempo, la regina, credendo di aver mangiato il fegato e i polmoni di Biancaneve, credeva di essere di nuovo lei la più bella di tutte; così, tornò a chiedere alla specchio:
“Specchio, specchio delle mie brame, dimmi, chi è la più bella del reame?”
Ed esso rispose:
“Qui, nel tuo regno, regina, la più bella sei tu. Ma fuor di qui, oltre i monti e le valli, Biancaneve, a casa dei sette nani, lo è mille volte di più.”
A queste parole, la regina inorridì, perché sapeva che lo specchio non mentiva, pertanto, realizzò che il cacciatore l’aveva tradita, e che Biancaneve era ancora viva. Allora, si mise a pensare e a ripensare a come poteva fare per uccidere Biancaneve, perché l’invida che provava per non essere lei la più bella del regno non le avrebbe dato più pace. Pensa e ripensa, alla fine le venne un’idea: si truccò il volto, e si mascherò da vecchia venditrice ambulante, in modo da non farsi riconoscere, e, così travestita, si recò a casa dei sette nani. Bussò alla porta e gridò: “Bella merce da comprare, chi ne vuole?” Biancaneve si affacciò dalla finestra e disse: “Buongiorno, buona donna, che cosa vendete?” “Bella merce, tante belle cosine” rispose. “Ho dei bei nastri da vita, di tutti i colori.” E ne prese uno intrecciato di seta colorata e lo fece vedere alla fanciulla, e le chiese: “Guarda, ti piace questo?” Biancaneve pensò: ‘Certamente questa buona vecchia posso farla entrare.’ Così, aprì la porta e comprò il nastro.” “Bambina mia, che aspetto trasandato che hai!” disse quella, “su, da brava, lascia che te lo allacci io come si deve.” E Biancaneve, che nulla sospettava, si lasciò allacciare il nastro, ma quella strinse così forte e duramente da toglierle il fiato. “Ora non sei più tu la più bella.” disse, esultando, la vecchia, e corse via. Poco tempo più tardi, a sera, i sette nani tornarono a casa, e rimasero atterriti nel vedere la loro cara Biancaneve distesa a terra, immobile, come morta. La alzarono da terra e subito si accorsero del nastro allacciato troppo stretto in vita: lo tagliarono in due, e subito, la fanciulla ricominciò a respirare, prima un po’, poi ancora un po’ di più, finché finalmente si rianimò completamente. Quando i nani seppero com’era andata, dissero: “La vecchia merciaia altri non era che la tua cattiva matrigna. D’ora in poi dovrai stare più attenta, e non fare entrare più nessuno in casa quando noi non ci siamo.”
Quando la perfida regina tornò al suo palazzo, subito si presentò davanti allo specchio e chiese:
“Specchio, specchio delle mie brame, Chi è la più bella del reame?”
E lo specchio le rispose ancora una volta:
“Qui, nel tuo regno, regina, la più bella sei tu. Ma fuor di qui, oltre i monti e le valli, Biancaneve, a casa dei sette nani, lo è mille volte di più.”
Quando sentì dire così, le si gelò il sangue nelle vene perché capì di aver fallito. “Questa volta, penserò a qualcosa che possa ditruggerti”, disse. E, siccome era anche un’abile maga, creò un pettine avvelenato; poi, si camuffò in una vecchia diversa dalla precedente, e attraversò di nuovo i sette monti per ritornare alla casetta dei sette nani; bussò alla porta e vociò: “Bella merce da comprare, chi ne vuole?” Biancaneve guardò fuori, e disse: “Tornate da dove siete venuta. Non ho il permesso di fare entrare nessuno.” “Ma di certo vorrete dare un’occhiata,” disse la vecchia strega, mostrandole il pettine avvelenato. Alla fanciulla piacque tanto che si lasciò ingannare, e aprì la porta. Dopo essersi accordate sul prezzo, la vecchia disse: “Adesso lasciate che vi pettini per bene i capelli.” Aveva appena infilato il pettine tra le chiome di Biancaneve, che il veleno fece effetto, e la ragazza svenì. “Ora sei finita, portento di bellezza!” esclamò la regina, e così dicendo, fuggì via. Fortunatamente, era quasi l’ora del ritorno a casa dei nani, e quando essi videro la fanciulla che giaceva a terra come morta, sospettarono subito della regina. Esaminarono attentamente il corpo di Biancaneve, e trovarono il pettine avvelenato: glielo sfilarono, e subito la fanciulla rinvenne e raccontò dell’accaduto. Ancora una volta i nani la raccomandarono di stare in guardia e di non aprire a nessuno per nessun motivo. Quando la regina fu di ritorno, si mise davanti allo specchio e disse:
“Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”
E lo specchio rispose:
“Qui, nel tuo regno, regina, la più bella sei tu. Ma fuor di qui, oltre i monti e le valli, Biancaneve, a casa dei sette nani, lo è mille volte di più.”
Quando la regina ebbe udito quelle parole, tremò di rabbia ed esclamò: “Biancaneve morirà, dovesse costarmi la vita!” Poi, si recò nella sua stanza segreta, dove nessuno poteva entrare, e creò una mela adulterata con un veleno estremamente potente; dall’esterno, sembrava una comune e bellissima mela, bianca, con i lati rossi, così bella che invogliava chiunque a mangiarla, ma anche un solo morso avrebbe causato morte certa. Poi, dopo che si ebbe truccato il viso, si travestì da contadina, ed attraversò i sette monti per arrivare alla casa dei sette nani. Bussò alla porta. Biancaneve si affacciò dalla finestra e disse: “Non posso lasciar entrare nessuno. I nani me lo hanno proibito.” “Non importa,” rispose, “Posso ugualmente vendere le mie mele. Guarda, te ne darò una.” “No,” disse Biancaneve, “non posso accettare niente.” “Hai forse paura che sia avvelenata?” avanzò la contadina, “guarda, taglierò la mela in due. Tu mangerai la metà rossa, ed io la bianca.”. Dovete sapere che la mela era fatta così sapientemente, che il veleno stava tutto dalla parte rossa; Biancaneve sgranò tanto d’occhi alla vista di quella bella mela, e quando vide che la contadina ne mangiava una metà, non seppe più resistere, e allungò la mano per afferrare la parte a lei destinata, che era avvelenata, e, nello stesso istante in cui dette un morso, cadde a terra morta. La regina la guardò trionfante, e proruppe in una risata fragorosa: “Bianca come la neve, rossa come il sangue, bruna come l’ebano! Questa volta i nani non potranno fare niente per salvarti!” Così, tornata a casa, domandò allo specchio:
“Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”
E finalmente, lo specchio rispose:
“Del tuo regno, regina, la più bella sei tu.”
Ed ecco che il suo cuore invidioso ebbe pace, per quanto un cuore invidioso possa trovarne. Quando i nani furono di ritorno quella sera, trovarono Biancaneve distesa a terra, inerme. Non respirava, era morta. L’alzarono e cercarono ovunque su di lei i segni di un qualche veleno: le slacciarono la vita, le pettinarono i capelli, la lavarono con acqua e con vino, ma fu tutto inutile. La loro cara bambina era proprio morta, e morta rimase. La deposero in un feretro, e tutti e sette sedettero accanto a lei, piangendo la sua morte per tre lunghi giorni. Finalmente, stavano per seppellirla, benché avesse ancora l’aspetto fresco e sano di una persona viva, e aveva ancora le sue belle gote rosee, persino. Così, si dissero che non potevano tumularla nella scura terra, e le costruirono una bara di cristallo, così da poterla vedere dall’esterno. La deposero all’interno, e a lettere d’oro scrissero il suo nome, indicando che era figlia di re. Poi, portarono la bara fuori, su una montagna, e da quel giorno uno di loro restava sempre a guardia del feretro. Anche le bestie selvatiche vennero a piangere la morte di Biancaneve: prima un gufo, poi un corvo, e infine una colomba. Biancaneve restò per lungo tempo nel feretro, ma il corpo non si decompose; sembrava sempre che fosse addormentata, poiché era ancora bianca come la neve, rossa come il sangue e bruna come l’ebano. Un giorno, accadde che un principe passò per quei boschi, e s’imbatté per la casetta dei sette nani, e chiese ospitalità per la notte; vide il feretro di cristallo sul monte con la bella Biancaneve all’interno, e lesse la scritta d’oro. Così, disse ai nani: “Vi prego, lasciatemi la bara. Vi darò tutto quello che volete, in cambio.” Ma i nani risposero: “Non la cediamo per tutto l’oro del mondo.” E il principe disse: “Ma a me, datela, vi prego, perché non posso più vivere senza vedere Biancaneve. La onorerò e rispetterò come mio bene più prezioso.” Allora, i buoni nani sentirono pietà per il giovane, e gli regalarono la bara. Il principe fece venire i suoi servitori a trasportarla sulle spalle, ma, improvvisamente, accadde che uno di essi inciampò contro un arbusto, e lo scossone le fece sputare il pezzetto di mela avvelenata che aveva ingerito. Non passarono che pochi minuti, che Biancaneve aprì gli occhi, si mise seduta nella bara, viva e vegeta. “Oh, giusto cielo, dove mi trovo?” gridò. Il principe rispose con gioia: “Sei con me.” Le raccontò quanto era accaduto, e poi le disse: “Ti amo più di qualsiasi altra cosa al mondo. Vieni con me al castello di mio padre, e sposami.” Biancaneve, che si era innamorata di lui, accettò di seguirlo. Il loro matrimonio fu pianificato con grande fasto e splendore. Anche la matrigna di Biancaneve fu tra gli invitati. Dopo aver indossato le sue regali vesti, andò presso lo specchio e disse:
“Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”
E lo specchio rispose:
“Del tuo regno, regina, la più bella sei tu, Ma la nuova regina lo è mille volte di più.”
La perfida donna imprecò dalla rabbia, e divenne terrorizzata, ma tanto terrorizzata, che non sapeva più cosa fare. Sulle prime, pensò di non voler più andare al matrimonio, ma non ebbe più pace: alla fine decise di andarci, per vedere in faccia la giovane regina. Andò, e subito riconobbe Biancaneve, e, rimase impietrita, incapace di muovere un passo. Ma sulla brace avevano deposto un paio di scarpe di ferro. Gliele portarono con le pinze e fu costretta ad indossarle. Dovette camminare e ballare con le scarpe roventi ai piedi, finché a un certo punto ella cadde a terra, morta.